“E qualunque sia la tua vita, fai in modo di avere figli. Bisogna avere figli, è l’unica consolazione”: Disorientale, di Négar Djvadi.

In una tranquilla mattinata in libreria, la mia preferita, vagavo come un’anima sperduta fino a quando non ho visto una bellissima copertina viola con un titolo impossibile da non notare: Disorientale, di Négar Djavadi. E’ stato il classico colpo di fulmine, mi è rimasto incollato alla mano e ha superato tutti i libri che avevo programmato di leggere. Per una volta mi sento di sbilanciarmi e dire che non solo è stato all’altezza delle mie aspettative, ma le ha addirittura superate.

Quando decido di leggere un libro è perché decido di prendere una parte della storia e farla mia, e in cambio lascio qualcosa di me. E’ questo che accade quando un libro prende vita nella fantasia, ma soprattutto quando nel romanzo scelto ci sono eventi storici precisi, si riporta lo sguardo sulla memoria storia iraniana, ma sopratutto si mette l’accento su cosa voglia dire essere donna in Oriente, e cosa voglia dire essere una donna iraniana in Occidente.

Vi riporto la trama:

Traduttore:Alberto Bracci Testasecca

Editore:E/O

Collana:Dal mondo

Anno edizione: 2017

In commercio dal: 21 settembre 2017

Pagine: 325 p., Brossura

Kimia è nata a Teheran, figlia di una docente di storia (Sara) e di un giornalista (Darius), ha sempre cercato di essere sé stessa, nonostante la realtà iraniana: i genitori non giocano con i figli, gli uomini sono uomini e le donne sono donne, ogni altro comportamento ritenuto ambiguo è sbagliato e punito. Kimia racconta la storia della sua famiglia come se fosse una fiaba, come se tutte le tribolazioni vissute fossero state un sogno, come se non le avesse vissute davvero.

Uno dei temi più sensibili affrontati dal romanzo è quello della maternità, spesso l’esistenza della donna è finalizzata alla procreazione e il senso stesso della vita è quello di mettere al mondo dei figli, ritenuti come l’unica vera consolazione. Sara era di questo avviso, Darius invece ne avrebbe fatto a meno nonostante sia diventato padre di tre figlie. Kimia anche crede che la sua vita possa avere il tassello mancante per completarla, procreando un figlio, infatti si ritrova in una clinica specializzata per procedere con l’inseminazione artificiale. La sua voce narrante è divertente, dissacrante, nostalgica, ma anche tanto forte.

Nessuno si prenderebbe la briga di capire di capire o farmi domande, di guardare anche me come una somma disordinata di circostanze, fatalità, eredità, sfortuna e drammi.

E’ il motivo per cui scrivo.

Mio padre Darius, Sadr, il Maestro della pagina bianca, Darius il Temerario, Darius il Rivoluzionario, diceva con la sua voce sognante da visionario: “Si ascolta meglio con gli occhi che con le orecchie. Le orecchie sono pozzi vuoti, buoni per le chiacchiere. Se hai qualcosa da dire, scrivila.”

La vita in Iran, prima della rivoluzione politica, era molto simile a quella occidentale e le descrizioni sulla famiglia, sulle donne e sulle divergenze di opinioni non fanno minimamente percepire di trovarsi in un paese orientale. Poi, però, arriva il momento della fuga e questa parte del romanzo è quella più vera ed autobiografica: anche l’autrice ha lasciato l’Iran da ragazzina per andare a vivere a Parigi, esattamente come Kimia.

“Ma la verità della memoria è bizzarra. La memoria seleziona, elimina, esagera, minimizza, glorifica, denigra. Plasma la propria versione degli eventi, sforna la propria realtà. Eterogenea ma coerente. Imperfetta ma sincera. Comunque sia, la mia si porta dietro talmente tante storie, bugie, lingue, illusioni e vite scandite da esili e morti, morti ed esili che non so bene come sbrogliare la matassa.”

Perché Disorientale? Perché il nome orientale di Kimia, perderà un accento particolare per convertirsi a un modo di scrivere occidentale, perdendo così parte della sua essenza. D’altronde, quando si lascia un posto per andare a vivere altrove, è una cosa inevitabile, si abbandona qualcosa di sé per prendere altri connotati e caratteristiche. Si potrebbe tranquillamente considerare come un aspetto evolutivo, legato alla nuova vita che si andrà a vivere.

Mentre si trova in sala d’attesa, però, lei ripercorre tutte le tappe più importanti della storia della sua famiglia: la pazzia di sua madre, IL FATTO ( per cui bisognerà pazientare fino alla fine del libro), la sua presunta omosessualità, il modello di vita iraniano e la crisi politica che ha segnato una nazione facendole subire un’involuzione.

E’ stato un libro doloroso da leggere, brutale, in cui il pregiudizio verso persone e luoghi determina sempre una ristrettezza nelle idee e nella capacità di osservare le cose per quello che sono. Quando Kimia ha descritto le smorfie delle persone a cui ha detto di essere iraniana, ho sempre provato una profonda tenerezza ed empatia. Perché il diverso non esiste, non esistono genitori di diversa elevatura, ma soltanto dei genitori, così come vale per gli esseri umani.

Manu

5 Comments

    1. Hai ragione Anna, può essere difficile da leggere. Affronta tematiche molto delicate, ma sempre dal punto di vista di una donna nata e cresciuta in Iran dove alcune idee sono vere e proprie ossessioni. Ti abbraccio forte ❤️

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