Il filo infinito, di Paolo Rumiz.

Coraggio e cuore: questi sono due elementi fondamentali, due caratteristiche che sembrano poter fare a meno una dell’altra, e invece no. Non si può vivere senza memoria, senza coraggio, senza amore, senza parole e senza musica: questo è “Il filo infinito” di Paolo Rumiz.

Ho letto il libro giusto nel momento giusto, avevo bisogno di un messaggio così potente e così mistico, la spiritualità è sempre un valore aggiunto.

Vi riporto la trama:

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 21 marzo 2019
Pagine: 174 p., Brossura

«Che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula semplicissima, “ora et labora”. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate violente, spietate, pagane. Unni, Vandali, Visigoti, Longobardi, Slavi e i ferocissimi Ungari. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono. Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione. Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa. Li ho cercati nelle loro abbazie, dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre. Gli uomini che le abitano vivono secondo una ‘regola’ più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei loro padri: quelle nere tonache monacali ci dicono che l’Europa è, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni. Una terra ‘lavorata’, dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – è quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Un paradiso che è insensato blindare con reticolati. Da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa formidabile spinta alla ricostruzione dell’Europa? Quanto è conscia l’Italia di questa sua centralità se, per la prima volta dopo secoli, lascia in macerie le terre pastorali da dove venne il segno della rinascita di un intero continente? Quanto c’è ancora di autenticamente cristiano in un Occidente travolto dal materialismo? Sapremo risollevarci senza bisogno di altre guerre e catastrofi?». All’urgenza di questi interrogativi Paolo Rumiz cerca una risposta nei fortini dove resistono i valori perduti, in un viaggio che è prima di tutto una navigazione interiore. I guardiani dell’arca costituisce, insieme al canto epico «Evropa», un dittico dedicato all’Europa, alle sue origini, al suo futuro.

“Il filo infinito” è un libro tanto concentrato tanto potente, racchiude in sè memoria, viaggi, natura, preghiera e storia: i monaci benedettini sono descritti come un modello da seguire, e da non vedere come se fosse tutto anacronistico. Chiudere gli occhi e immaginare di trovarsi sugli appennini con Rumiz è un attimo, il linguaggio è semplice e diretto.

Confesso di aver avuto delle aspettative medie, ma fin dalle prime pagine mi sono resa conto di aver commesso un grande errore. Questo è un diario, sono pagine di un viaggio non in senso stretto, ma di un viaggio alla scoperta della memoria, della pace e della musica interiore, mille volte più forte delle parole.

Non voglio aggiungere altro, alcune emozioni vanno provate a scatola chiusa. Leggete questo libro e poi ne riparliamo…

Manu

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