“Si finisce sempre per dimenticare, e si ammira la follia”: Ninfee nere, di Michel Bussi.

Per ogni libro letto ho una colonna sonora, un artista, un genere musicale, qualunque cosa che mi possa lasciare un ricordo completo della lettura terminata. La musica è una componente fondamentale della mia vita, mi ha sempre aiutato nel gestire le emozioni, così come la lettura mi ha sempre aiutato a pensare.

Questa volta ho letto un libro che mi è stato regalato da una cara amica, che lo aveva letto e non era riuscita ad apprezzarlo in pieno, io invece me ne sono innamorata al punto tale da ascoltare sempre e solo Giovanni Allevi: niente potrà emozionarmi quanto il suono dei tasti del pianoforte premuti con quell’intensità e trasporto. Insomma, volevo rendere indimenticabile tutto, anche se posso dire con estrema certezza che “Ninfee nere”, di Michel Bussi non è un libro che si può dimenticare facilmente.

Vi riporto la trama:

Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
Editore: E/O
Collana: Dal mondo
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 9 giugno 2016
Pagine: 394 p., Brossura

Un romanzo geniale che, attraversando il magico mondo dei quadri di Monet, ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo. L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.

Ogni tanto ritorno a tingere la mia fantasia di nero, ritornare a leggere un noir mi fa sempre rinvigorire, mi rende curiosa e attenta a ogni singola parola che leggo, proprio per capire da subito che tipo di struttura e bilanciamento ha la storia che sto leggendo. “Ninfee nere” da subito mi ha fatto cadere a testa in giù a Giverny, in Normandia. La voce narrante è quella di una delle protagoniste, un’anziana signora che osserva la vita del paese nascosta dietro la finestra del mulino in cui vive. Le altre due protagoniste sono Stephanie, la maestra elementare esperta d’arte e di poesia, e Fanette, una ragazzina di undici anni che sogna di diventare una pittrice. La vera difficoltà iniziale è capire il collegamento fra le tre protagoniste e gli omicidi che avvengono in modo inspiegabile in un paese che non avrebbe alcun segreto da nascondere.

L’emozione che ha predominato su tutte le altre è stata quella dell’inquietudine, Bussi ha scritto a regola d’arte un romanzo in cui è impossibile evitare di sentirsi spettatori di quello che si sta leggendo. La matassa che si crea a circa metà romanzo sembra destinata a non sciogliersi, e invece a poche pagine dalla fine del libro mi sono sentita una perfetta idiota, non avevo capito niente!

Il valore aggiunto sta tutto nella parte dedicata a Claude Monet, alle sue Ninfee, alla sua vita a Givenry, alla passione per l’arte come parte essenziale della vita di bambini, adulti e anziani: senza lo stimolo dell’arte pare che la vita sia insipida.

Michel Bussi ha scritto un romanzo strutturato a regola d’arte, in cui tutto è il contrario di tutto, è difficile comprendere alcune dinamiche e spesso mi sono ritrovata a rileggere pagine intere perché mi sembrava una continua contraddizione. Non capivo più cosa fosse vero e cosa fosse falso, la confusione credo sia una conseguenza naturale proprio per creare l’effetto shock del finale. Non è facile che io mi senta in questa maniera, Bussi sveglia da un trance che crea fin dalla prima pagina abituando il lettore a un classico romanzo noir, ma la tela che tesse poi si rivela letale. Il torpore mentale viene di colpo interrotto, ma in realtà sarete arrivati alla fine del libro. Chapeau!

Manu

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