La ladra di frutta, di Peter Handke.

Presa dal delirio post lettura di un romanzo che mi ha coinvolto emotivamente, inizio come sempre a vagare nella selva oscura dei libri che ammasso sul mio comodino e in ogni angolo della casa. Questa volta non sono andata molto lontano, mi sono fermata presto e ho voluto onorare un libro che soggiornava pazientemente accanto a me da diverse settimane in attesa di essere letto: “La ladra di frutta”, di Peter Handke.

Vi riporto la trama:

Traduttore: Alessandra Iadicicco
Editore: Guanda
Collana: Narratori della Fenice
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 21 novembre 2019
Pagine: 432 p., Brossura

Una serie di peripezie, incontri, folgorazioni ispirate dal contatto con la natura, che culminano in una grande festa. E questa sarà un approdo e un ricongiungimento, ma anche l’occasione per celebrare il vagare, l’erranza fine a se stessa, tutte quelle deviazioni dal tracciato che regalano visuali e doni inaspettati.

Il nuovo libro di Peter Handke, Premio Nobel per la letteratura 2019.

«La storia della Ladra di frutta ha il ritmo di una fiaba e la genuina sincerità del diario, e ciò porta lo spessore della riflessione nella sfera seducente dell’emozione» – La Lettura

«Nella sensualità e nella poetica dell’erranza gratuita, in quest’opera di Handke, si ritrova il sapore degli indimenticabili road movies da lui scritti insieme a Wim Wenders» – Il Venerdì

«La letteratura tedesca non è concepibile senza Peter Handke.» – Die Zeit

«Questo libro è una delizia, una pietra miliare nell’opera di uno dei più grandi scrittori contemporanei.» – WDRAd aprire il nuovo libro di Peter Handke, definito dall’autore stesso «Ultimo Epos», è una puntura d’ape, la prima dell’anno, che in una giornata di mezza estate rappresenta per lui un segnale. È il momento di lasciare la «baia di nessuno», la casa nei pressi di Parigi, per mettersi in cammino verso la regione quasi disabitata della Piccardia, ripercorrendo l’itinerario compiuto, in un passato non meglio definito, dalla ladra di frutta. La ragazza – un personaggio sfuggente, dai tratti leggendari – «afflitta dalla smania di vagare» e incline a scartare dalla strada maestra per «sgraffignare » e assaporare i frutti di orti e frutteti, è partita invece con un intento preciso: ritrovare la madre, scomparsa da circa un anno dopo aver lasciato senza preavviso il suo posto di dirigente in una banca. Il viaggio della ladra di frutta e quello del narratore finiscono per sovrapporsi, per confondersi, per specchiarsi l’uno nell’altro: una serie di peripezie, incontri, folgorazioni ispirate dal contatto con la natura, che culminano in una grande festa. E questa sarà un approdo e un ricongiungimento, ma anche l’occasione per celebrare il vagare, l’erranza fine a se stessa, tutte quelle deviazioni dal tracciato che regalano visuali e doni inaspettati, come i frutti presi di soppiatto dai frutteti altrui. Il «semplice viaggio nell’entroterra» è ricco di rivelazioni e scoperte, e diventa, o forse è sempre stato, anche un percorso interiore.

La ladra di frutta è un romanzo particolare, con la narrazione a due voci leggermente confuse e che richiedono un leggero sforzo iniziale per stabilire chi stia raccontando cosa. E’ la storia di un viaggio nell’entroterra, un viaggio alla ricerca di una madre ma anche del proprio senso della vita.

Le due voci sono della protagonista, Alexia soprannominata “la ladra di frutta” e di un uomo che compie questo viaggio insieme a lei. Stabilire l’identità precisa di questa seconda voce è la vera sfida: parla del libro della sua vita, di pagine lette e di pagine scritte, ma soprattutto parla delle pagine che ha lasciato in bianco, quelle che non ha potuto scrivere.

La fusione dei due protagonisti è inevitabile, poiché compiono lo stesso viaggio e incontrano diversi personaggi che arricchiscono la loro personale esperienza. Forse per questo restano delle pagine bianche nel libro della vita, forse bisogna aspettare che arrivi qualcuno che possa dare il suo contributo per raggiungere l’entroterra come luogo figurato e proprio per gratitudine, dimenticarsi di ringraziarlo.

L’unica cosa che si poteva dire di loro era che non stavano né in piedi, né seduti, bensì erano l’uno di fronte all’altra, nient’altro che di fronte, non erano altro che quella reciprocità. Certo erano destinati l’uno all’altra e si desideravano reciprocamente – laddove il destino era al tempo stesso desiderio e il desiderio destino -, ma un’interazione, un gesto, un atto erano fuori questione.

Oppure no, sbagliato: un’unione era superflua. O poteva essere fraintesa: una ordinaria unione tra i due sessi non veniva presa in considerazione. Qualsiasi tipo di unione sessuale, anche quella – se esistesse – telepatica, era al di fuori della sfera di entrambi.

Ancora una volta la letteratura tedesca mi sorprende con la sua forza, mistero e la capacità di fondere il reale con l’immaginario.

Manu

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